

Sfax, martedì 19 agosto 2014 Ore 22:41
Quando apro gli occhi mi ritrovo girato su un fianco, incastrato nello spazio che si è creato tra i due materassi che la sera prima avevamo spostato fuori dalle tende per dormire all’aperto. In pratica sono quasi per terra, oltre a questo durante la notte il vento del deserto ha continuato a soffiare e lentamente ci ha ricoperto di un sottile strato di sabbia. Il materasso, le lenzuola e noi stessi siamo pieni di sabbia in ogni dove. In bocca sento una gran sensazione di secchezza mista ad una tipica sete post-bevuta, per fortuna ho ancora dell’acqua con me. Mentre bevo sento chiaramente la sabbia che avevo in gola scendere giù per l’esofago. Zoe e Nastia sono ancora pacificamente addormentate, entrambe sono girate su un fianco in posizione fetale e non danno segni di volersi svegliare tanto presto. Sono circa le sette, è già chiaro, il sole è appena uscito, non fa ancora caldissimo ma si può già capire che la temperatura presto salirà. Mentre aspetto che le ragazze si sveglino mi guardo bene intorno, ieri siamo arrivati quando era già quasi buio e quindi non avevamo avuto occasione di vedere bene il paesaggio circostante. Il recinto di frasche secche di palma intorno alle tende è ormai quasi del tutto ricoperto di sabbia, da un lato si vede la vicina oasi e la zona turistica da cui siamo arrivati e dove si trova Douz, dall’altro invece c’è solo l’immensa distesa vuota del deserto. Mentre mi sto rifacendo lo zaino le ragazze si svegliano, sembrano entrambe provate dalla serata precedente: una bottiglia di vino e le tre lattine di birra giacciono vuote sulla sabbia, i materassi per terra e le lenzuola tutte aggrovigliate fanno pensare che la sera precedente si sia svolto una sorta di rave-party.
Ci diamo una rinfrescata e poi ci sediamo sulla panchina sotto la tettoia per aspettare il taxi che Salvatore ci ha detto sarebbe venuto a prenderci alle otto. Ci guardiamo tutti in faccia e ci mettiamo a ridere e a prenderci in giro per le varie cose stupide fatte o dette la notte prima: il premio va decisamente a Nastia che se ne andava in giro tra le tende dicendo che voleva ballare. Il taxi arriva puntuale. Carichiamo i nostri zaini, salutiamo il cuoco che ieri sera ci ha preparato la cena e partiamo. Quando arriviamo all’oasi vediamo che le palme sono piantate in file ordinate, capiamo dunque che si tratta di una palmeraia e non di un’oasi, e infatti vediamo anche degli uomini al lavoro tra le piante. L’autista guida veloce e sicuro sulla strada insabbiata, passiamo accanto a molti appezzamenti di terreno delimitati da recinti, nei quali intravediamo qualche orticello, infine arriviamo a Douz, dove il tassista ci lascia: il centro della cittadina altro non è che una piccola rotonda con in mezzo un grande albero verso cui confluiscono le due strade principali.
Incredibilmente la nostra avventura nel deserto si è conclusa bene senza che ci rapissero o ci derubassero, tutti e tre piano piano ci rendiamo conto che in effetti abbiamo corso un bel rischio, ma siamo altrettanto consapevoli che ne è valsa decisamente la pena. Ancora assonnati decidiamo di fermarci in un bar a prendere un caffè e a fare colazione. Entriamo nel bar che dà sulla rotonda: è semivuoto, ha un’aria tristissima e il barista ci guarda con gli occhi sgranati. Abbiamo i telefoni scarichi e quindi chiediamo se possiamo attaccarne almeno uno alla presa di corrente, lui acconsente senza problemi. Vediamo che la gente del posto, quando passa, ci guarda in modo strano: si tratterà anche di una località turistica, ma è evidente che qui i viaggiatori vengono portati solo nella zona degli hotel da cui non si avventurano all’esterno. Tutto ciò è comprensibile, visto che non c’è molto da vedere a Douz, tuttavia si tratta pur sempre di un posto originale, rustico e che mantiene la sua integrità. Finito di bere il nostro caffè chiediamo indicazioni per la stazione dei louage, scopriamo che è là vicino, a circa un quarto d’ora a piedi. Il piano di oggi è molto semplice: ritornare a Sfax. Da Douz dobbiamo ritornare a Kebili, da qui prenderemo un louage per Gabes, una città sulla costa, e da Gabes prenderemo un altro louage fino a Sfax. I louage da Douz a Kebili sono particolarmente affollati la mattina, le persone vanno a Kebili per fare la spesa visto che la Medina è decisamente più grande, dobbiamo quindi aspettare almeno una mezz’ora per trovare posto e dobbiamo pure guadagnarcelo correndo incontro al louage mentre arriva. Tutto il mondo ci prende in giro per come facciamo le file in Italia, ma rispetto a quelle tunisine le nostre sembrano ordinate e composte. Una volta a Kebili dobbiamo aspettare un’altra mezz’ora prima che il louage si riempia del tutto.
Provo molta empatia per un ragazzo più alto di me (e io sono più di un metro e novanta), che non riesce a trovare una posizione comoda sul suo sedile. Ci sono circa centoventi chilometri tra Kebili e Gabes e si tratta per lo più di paesaggio desertico e montagnoso. Man mano che ci si avvicina alla costa la vegetazione aumenta e ci sembra strano vedere di nuovo un paesaggio in cui c’è effettivamente qualcosa e non solo vuoto a perdita d’occhio. A metà percorso il guidatore deve girare su una strada sterrata che funge da deviazione, perché a quanto pare la strada principale ha avuto un cedimento qualche giorno prima. Ogni tanto vediamo qualche dromedario che pascola pacificamente nei pressi della strada. Da quel che ho letto dromedari liberi allo stato brado non ce ne sono più, tutti hanno un padrone ma spesso vengono lasciati da soli, un po’ come le mucche nei nostri pascoli di montagna. Arriviamo a Gabes verso mezzogiorno, la stazione dei louage è piuttosto grande e trafficata, il caldo è intenso e più umido di quello che abbiamo trovato nei ultimi due giorni. Secondo le guide turistiche a Gabes non c’è veramente nulla che valga le pena vedere, si tratta di una città industriale gravemente afflitta dall’inquinamento delle sue fabbriche e questo è quanto. Tuttavia Zoe vuole assolutamente andare a vedere il porto di Gabes: da bambina infatti si ricorda di aver letto una poesia di una vecchia poetessa greca (Esmeralda) in cui veniva appunto nominato il porto di Gabes. Siccome quella lirica ha segnato la sua infanzia, lei ha sempre desiderato vedere questo luogo e respirarne l’aria come avveniva nella poesia. Di conseguenza è da quando siamo partiti che insiste per fermarsi in questa città. Siccome è ormai mezzogiorno passato e fa caldo, entriamo nella prima tavola calda che vediamo per mangiare qualcosa. Dopo un ottimo e abbondante cous-cous e molta acqua ghiacciata, chiediamo al vecchio alla cassa dov’è il porto. Costui un po’ confuso dalla domanda ci dice che si trova a dieci minuti di taxi. Usciamo quindi e prendiamo un taxi. Anche il tassista sembra sorpreso quando gli dico di andare al porto. Ci allontaniamo dalla stazione dei louage e ci dirigiamo verso alcune ciminiere in lontananza. Dopo cinque minuti il tassista gira sulla destra su una strada molto larga ma deserta, che va appunto in direzione degli stabilimenti. In fondo alla strada gira a sinistra e ci ritroviamo su una larga via che corre dritta tra due fila di fabbriche dall’aria parecchio inquinante. Intuiamo che il mare si trova alla nostra destra, ma lo vediamo a malapena attraverso i cancelli degli stabilimenti. A quanto pare non è possibile arrivare sulla riva. Dico all’autista di lasciarci davanti ad una casa che credo sia una stazione di polizia. Non vedendo altri taxi in giro e prevedendo che la nostra passeggiata per il porto sarà breve ed infruttuosa, gli chiedo se può aspettarci per dieci minuti in cambio di qualche dinaro in più. Usciti dal taxi camminiamo per duecento metri alla disperata ricerca di un accesso al mare, ma senza risultati. Si tratta dell’ennesima situazione bizzarra e non possiamo che buttarla sul ridere, stavolta però, contrariamente ai giorni passati, ci troviamo in un luogo immensamente brutto e l’aria che si respira non è il vento del deserto bensì una malsana aria che sa d’industria pesante.
Il tassista ci ha seguito con la macchina, risaliamo in fretta e gli chiediamo di riportarci alla stazione dei louage. Zoe si scusa con noi per il contrattempo, non era proprio questo quello che si aspettava dal poetico porto di Gabes. Troviamo facilmente un louage per Sfax, non dobbiamo nemmeno aspettare troppo prima che si riempia. Il viaggio dure circa un paio d’ore, la strada segue la costa ed è abbastanza scorrevole. Gli unici punti in cui si va a rilento sono i villaggi dove il traffico è più intenso e soprattutto dove ci sono molti dossi per rallentare il traffico. Nei piccoli paesi infatti non ci sono semafori, non vale la pena installarli, sono stati invece posizionati dei dossi artificiali decisamente alti, che obbligano tutti gli autisti a rallentare se non vogliono rompere il semiasse dei loro veicoli. Abbiamo un momento di brivido quando un piccolo sasso, perso da un camion davanti a noi, si schianta contro lo specchietto retrovisore del louage, facendolo rientrare. Il nostro autista per tutta risposta sorpassa il camion e urla qualche improperio in arabo all’autista. Verso le diciassette arriviamo a Sfax, stanchi, sporchi, affamati e assetati, ma felici per quest’avventura, che si è conclusa bene e che ci ha regalato molte emozioni, mostrandoci un aspetto della Tunisia che non conoscevamo.
Per approfondire:
http://it.wikipedia.org/wiki/Gab%C3%A8s
Francesco Ricapito, gennaio 2015
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